La danza come una jazz band. “Dance Concert” di Roberto Castello

Dance Concert inizia ancora prima del principio: un foglio pieno di spiegazioni consegnato in mano a ogni spettatore all’entrata del teatro marca l’ingresso nella dimensione sospesa della performance, aprendo finestre interpretative sul senso di una pratica improvvisativa tanto sfuggente quanto seducente. È una mossa audace che rischia di smorzare la meraviglia dei neofiti, ma che risponde al bisogno di aggirare il pregiudizio che troppo spesso eguaglia l’estemporaneità alla superficialità. Lo spettacolo diretto da Roberto Castello, affidato ai corpi di Giselda Ranieri, Elisabeth Schilling e Lorin Sookool e andato in scena il 7 luglio al Teatro Arena del Sole di Bologna, si snoda attraverso nove cornici: come davanti a una jazz band che presenta l’ultimo album inedito, il pubblico presenzia a nove quadretti pittoreschi improvvisati con disciplina.

A farla da padrona sui corpi e sulle menti è la mutevolezza di un flusso di energie che si infiltra e agita allo stesso modo materia organica, spazi e impulsi sonori. È un vortice di contagi e contaminazioni, di prestiti e rimescolamenti, che confonde codici e identità e trasforma la realtà nel suo equivalente liquido. Si avverte intimità con e senza vicinanza, si innescano connessioni senza fili. Tre corpi in dialogo tenace e costante si meravigliano e ci sorprendono a ogni cambio di ritmo e partitura: ognuno racconta la propria contro-storia, si svuota di pesi e si nutre di scoperte condividendo lo stesso codice sottinteso che permette di arretrare dai linguaggi codificati pur percorrendoli tutti. Lo sguardo deve rimanere periferico e i sensi porosi e ricettivi per intercettare i movimenti che si sviluppano intorno all’animo, per ricongiungere materia estesa e materia pensante e proiettarle in un flusso inarrestabile di mille divenire possibili.

Improvvisando, i corpi si decolonizzano e si disarticolano, scardinando gerarchie fuori e dentro di sé: evadono le strutture canoniche di una danza insegnata nell’asetticità di una sala piena di specchi e destrutturano quell’ordine che nobilita certi organi per svilirne altri. La mano può rispondere al piede, il collo alla coscia, le palpebre alle costole, il ginocchio alla pelle della schiena. Salti originari, archeo-movimenti, gesti futuribili. Il peso dello scheletro si piega fino alle pupille, scava la pancia e vi si getta dentro. Parti del corpo come parti del mondo: l’organismo è un ammasso di fanghi e magma, un tumulto di onde, cascate e vortici, un affollamento di insetti; le narici diventano branchie, la voce un cinguettio, il respiro lo sciabordio delle onde. Padrone delle sue specificità, il corpo diventa luogo indifferenziato e non localizzato, plasmato e disfatto dalla plasticità di una materia che distrugge e ri-membra tutti gli elementi della Terra. Il corpo si libera della propria presenza, prende il posto di qualcos’altro; travalica l’umano e le sue competizioni e si abbandona a una logica cooperativa che parla di affinità, ascolto ed empatia e guarda più al processo che al risultato.

Un corpo si piega nelle giunture di un altro corpo, poi si inclina all’angolo di un suono e infine si slancia ad assecondare la verticalità di una parete. Prima ancora del senso, prima ancora del sentimento, la verità del qui e ora scolpisce geometrie in uno scambio multidirezionale e non gerarchico tra sintetico, organico e vibrazione sonora, tra forme del movimento e verbalità. Ancora una volta la danza è atto politico: nella sua imprevedibilità e incertezza l’improvvisazione scardina le logiche del capitalismo avanzato e il suo vorticoso fremere verso un approdo pratico e codificato; ostacola il meccanismo che automaticamente offre il gradino più alto all’umano e al suo bisogno di onnipotenza; smonta corpi, spazi e menti per rivelare i fili che si dipanano dallo stesso utero anarchico e insondabile.

Ma “contagio” non significa “omologazione”, e forte rimane l’autorialità delle performer sulla scena, come forte resta la biodiversità culturale di cui la loro apparenza si fa portavoce. Niente è superfluo, niente è ridicolo, l’esagerazione non è esibizionismo, è generosità portatrice di bellezza. L’insistenza e la ripetizione non ripropongono il medesimo, servono a sondare l’abisso, a sconfinare oltre i bordi della pelle, oltre il limitare del palco, a mettere in discussione le forme del reale e scoprire cos’altro si può diventare. La provocazione si scaglia contro un mondo che schiaccia la natura e l’istinto per imporre un ordine e una razionalità che rispondono ai meccanismi interessati di un mercato che mette a valore la vita stessa. L’improvvisazione inverte la corrente che mercifica ogni cosa e spinge l’acceleratore su un’etica della cura e della relazione rizomatiche e trasversali. Verso la fine l’attenzione precipita su una parola, Sawbona, il saluto Zulu che è molto più di un ciao: significa vedere, apprezzare la presenza dell’altrƏ, tenerlƏ presente nelle proprie scelte. È l’ultimo invito a mischiarsi nella danza del mondo e respirare un nuovo senso di comunità.

Chiara Mannucci

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