Zero Hz, l’incontro tra materia fisica e virtuale. Intervista a Rosini e Paninski

In programmazione il 23 giugno all’Arena del Sole di Bologna, la performance Zero Hz si presenta come l’interazione tra musica e danza, tra corpo sonoro e corpo fisico. Sfidando la nozione più tradizionale di “carne”, gli artisti proseguono quell’esplorazione del confine tra materialità organica e sintetica già presente nei loro lavori precedenti. Ne abbiamo parlato con gli autori Paolo Rosini, coreografo, danzatore e performer che ha collaborato, tra gli altri, con la compagnia Balletto Civile di Michela Lucenti, e Florian Paninski, media & visual artist e sound designer attivo tra Italia, Grecia e Germania.

Potreste introdurci il progetto Zero Hz in relazione al titolo e al sottotitolo “Sound Processing Impro Performance”?

P: «La nostra idea era quella di esplorare l’interazione tra corpo fisico e suono, da intendersi non solo come sensazione uditiva, ma anche e soprattutto come un insieme di vibrazioni, emozioni, stati d’animo. Il titolo, infatti, è una provocazione: la frequenza è sempre presente nello spazio, in natura è impossibile trovare zero hertz. Il sottotitolo, invece, fa riferimento alla struttura del progetto che lo rende un vero e proprio “work in progress”: abbiamo infatti cercato di creare un perimetro di stati e movimenti per cui sappiamo di dover passare, mentre tutto ciò che capiterà nel mezzo si presta alle incursioni dell’imprevisto. Interruzioni e cambiamenti non rientrano nell’ambito dell’errore; sono invece opportunità per aprirsi e abbracciare anche situazioni che non avevamo mai preso in considerazione. L’improvvisazione è quindi il tentativo di vivere l’onestà e l’autenticità del qui e ora, di integrare gli input che provengono dal suono con i movimenti e gli stati del corpo nel momento specifico della performance».

F: «Anche il suono ogni volta è diverso ed è strettamente legato al momento, è il risultato della sinergia tra processo e contesto».

P: «Per quanto riguarda il Teatro Arena del Sole, poi, ci è stato chiesto che Zero Hz sfociasse in una sorta di dj set. Noi lo abbiamo inteso come una specie di “sound processing” con l’idea che il suono sia già presente prima ancora che il pubblico arrivi, prima che la performance “invada” lo spazio, e che persista anche dopo la fine dello spettacolo. Durante la performance sarà principalmente il mio corpo a interagire con il suono, che poi, trasformato, ci traghetterà tutti verso una nuova situazione: dopo la conclusione dello spettacolo, infatti, il pubblico potrà riunirsi attorno a una nuova dimensione sonora e sperimentare stati e forme di interazione inediti. Ancora un volta sono fondamentali l’onestà, la verità e la spontaneità del momento ed è importante la dimensione del sentire nel qui e ora».

In che modo il corpo fisico si relaziona a quello virtuale e digitale?

F: «Mentre io lavoro con un tipo di corpo digitale, Paolo lavora più con la “carne”, con il corpo inteso nel senso canonico del termine. Per costruire il suono, mi sono lasciato ispirare dalla forma dello spazio e ho usato sia sintetizzatori digitali che suoni organici. Nel corso della performance, questo corpo digitale viene riportato alla dimensione organica attraverso il corpo di Paolo, i suoi gesti, le sue emozioni, i suoi stati d’animo. Questi due corpi si toccano, entrano in contatto, si contaminano e si plasmano a vicenda, mettendo così in scena l’interazione tra materia fisica e virtuale».

P: «In Zero Hz viene proposta una concezione del corpo che sfida quella più tradizionale secondo cui quest’ultimo finirebbe con la carne, la pelle, la sua superficie insomma. Tuttavia, la nostra sfera sensoriale può traghettarci verso porti e dimensioni che vanno al di là del corpo stesso, e la danza è in grado di mostrare questo sconfinamento. Abitando uno spazio apparentemente vuoto ma in realtà ricco di vibrazioni, incluse quelle evidentemente percepibili come suono, il corpo al centro dell’azione performativa mostra come quelle frequenze possono agire sulla carne che prova a dare voce a immagini e sensazioni con il movimento. Attraverso gli strumenti dell’impro performance, che lascia libera l’interazione tra struttura, processo e momento, due materialità tanto differenti, quasi opposte, stabiliscono una forma di contatto e dialogano: il suono, ovvero il corpo sintetico, diventa la forma che il corpo organico abita e plasma ascoltando le sensazioni e le emozioni che la spontaneità del momento fanno affiorare».

Lo scopo finale sarebbe quello di raggiungere l’unità?

P: «In realtà non c’è un vero e proprio scopo finale, non miriamo a ottenere un risultato. Quello che conta è il processo, sperimentare come il corpo fisico percepisce e integra tutto quello che lo attraversa. Il nostro non è un approccio didascalico che segue un pensiero logico e fisso; si tratta piuttosto di sperimentare e di condividere col pubblico quello che accade in quel preciso momento. Allo stesso modo, non partiamo da una cornice teorica di riferimento: le riflessioni nascono piuttosto naturalmente dalla pratica, sperimentando e affidandosi alle sensazioni. Solo così si può rimanere aperti per accogliere le potenzialità del cambiamento, le opportunità che provengono dall’errore, sempre pronti a mettere in discussione ciò che si è costruito e innescare meccanismi di evoluzione. Questa è un po’ la funzione che deleghiamo all’arte: porre domande, suscitare dubbi, aprire piccole fessure in quei sistemi prestabiliti che intrappolano le potenzialità polimorfe delle nostre vite. Trasformare il mondo percorrendo la strada dell’autenticità e ascoltando il sentire è un percorso che artisti e spettatori possono intraprendere insieme: l’arte e la creatività sono prospettive mentali, basta lasciare spiragli aperti per accogliere i loro imprevedibili inviti al cambiamento».

intervista a cura di Giorgia Bosco e Chiara Mannucci
realizzata nell’ambito del “Laboratorio di giornalismo culturale” a cura di Altre Velocità per Carne / Emilia Romagna Teatro

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