Liberazione del movimento, imperfezione della bellezza. Intervista a Lorena Nogal

Lorena Nogal, nata a Barcellona nel 1984, da più di quattordici anni fa parte del team artistico dell’esnemble catalano La Veronal, diretto da Marcos Morau, come assistente coreografa e danzatrice. Nel 2016 è stata premiata come migliore interprete femminile ai Catalonia Critics’ Awards. Il 7 e 8 ottobre, all’Ex Chiesa dello Spirito Santo di Cesena, Nogal si esibirà con il suo primo lavoro da solista, El Elogio de la fisura, una celebrazione della bellezza che nasce dall’imperfezione.

Partiamo dalla tua esperienza a Barcellona. Che cosa distingue la danza contemporanea nella capitale della Catalogna?

«La caratteristica più eclatante è l’enorme produzione creativa. C’è una grandissima varietà di proposte, così come un alto livello artistico dei creatori. Per fare solo un nome: La Veronal, una delle compagnie più importanti della città e un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale».

El Elogio de la fisura è la prima opera che hai scritto per te stessa. Qual è la differenza nell’interpretare una creazione pensata da altri rispetto a un lavoro scritto in prima persona?

«Quando ci si propone come strumento del proprio discorso, il movimento arriva in modo diverso: non si è più solo una parte della proposta, bensì una totalità che è pensata e concepita dalla stessa persona, ma funziona in senso globale. Questo permette di trascendere immediatamente il personale. Poiché si trattava di una pièce di breve formato, volevo concentrarmi in maniera chiara sul movimento. Durante il processo di creazione mi sono focalizzata in particolare sulla pratica del lasciarsi andare. Volevo liberarmi di schemi condizionanti e delle forme “chiuse” di movimento che ho acquisito nel tempo. Sento che è un momento in cui ho bisogno di “disimparare”, di mettere in pausa la mia parte più analitica e compositiva per avvicinarmi invece a una dimensione più intuitiva, ritualistica ed emotiva. Si tratta quindi di un percorso molto personale che non credo avrei potuto svolgere dentro la dimensione collettiva di una compagnia».

L’opera porta in scena la celebrazione della bellezza derivata dall’imperfezione, un tema destinato a essere attuale fino a quando non ci saremo liberati dell’ideale classico di bellezza come armonia e proporzione delle parti. Quelle che definiamo “crepe” non devono essere riempite, ma osservate. Come notare la presenza delle crepe nella vita di tutti i giorni?

«Le crepe sono sempre presenti. Sono quei momenti di vuoto, di buio e di incertezza. Negli ultimi anni abbiamo affrontato tante lotte – alcune di queste imposte da noi stessi – e solo col tempo ci si rende conto che cambiando lo sguardo si riesce a percepire una nuova realtà. Il mio assolo si è sviluppato proprio in una di queste crepe, in uno spazio in cui mi sono concessa un tempo e un luogo di transito, nel senso di incertezza e di oscurità, ma anche di gentilezza e coraggio. Oggi che riesco a guardarmi con occhi diversi, mi rendo conto che ciò che per tanti anni ho rifiutato in me stessa considerandolo come un errore, per esempio la mancanza di equilibrio nella mia danza o la mia mancanza di fiducia, mi hanno in realtà fornito strumenti importanti per definire e qualificare il mio modo di muovermi. Oggi penso allo squilibrio e alla velocità come a delle virtù, delle qualità, le mie qualità».

Come viene rappresentata l’idea di movimento da parte di un corpo che è in costante mutamento?

«L’idea del movimento è connessa con la liberazione, un tema ricorrente nella storia dell’umanità e molto presente nel nostro quotidiano. In questo senso, il distacco e la ricerca sono il motore della fisicità di questo assolo. È necessario accettare il continuo cambiamento delle decisioni, lavorare con un corpo tridimensionale in tutte le direzioni possibili, dare a ogni movimento il suo giusto valore e permettere anche ai movimenti più piccoli, all’apparenza meno importanti, di presentarsi in modo naturale ma disconnesso, tracciando così un percorso “incoerente” nel senso di nuovo, fino a raggiungere luoghi in cui lo spettatore possa far riposare lo sguardo».

In che modo essere parte di una compagnia come La Veronal ha arricchito il tuo background da danzatrice e la tua opera?

«Sono in Veronal da più di 15 anni e all’interno della compagnia ho avuto il tempo e lo spazio per sviluppare gran parte del lavoro che porto avanti oggi. È un privilegio crescere sotto lo sguardo di Marcos Morau e ciascuno dei suoi processi creativi è una sfida impegnativa. Sono sicura che parte di quello che sono come artista è intriso dei gusti e del modo molto particolare e riconoscibile di fare le cose che definisce la compagnia. All’interno de La Veronal non ho vissuto solo una carriera professionale, bensì un vero progetto di vita».

intervista a cura di Francesca Santoro

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