“Carnet erotico”, un viaggio in solitudine. Intervista a Francesca Zaccaria

Francesca Zaccaria è danzatrice, coreografa e pittrice. Unisce alla ricerca nella danza un dialogo stretto con la pittura. Debutterà a Bologna il 4 e il 5 novembre con Carnet erotico, un viaggio personale attraverso il tema dell’erotismo. Ad accompagnare lo spettacolo, nel foyer de L’Arena del Sole, una mostra dedicata con alcuni disegni e dipinti di sua esecuzione riguardo al tema dell’erotico.

Che ruolo ha assunto il disegno nel tuo processo creativo e che ruolo svolge nello spettacolo in relazione al movimento?

«Il disegno e la pittura fanno parte della mia formazione accademica e mi hanno da sempre accompagnata, rappresentando il ponte di congiunzione per rivelare il mio immaginario d’indagine come autrice di danza. Di solito, il mio lavoro autoriale parte da un’altra opera disegnata e/o dipinta che, come una sorta di medium, lega lo scatenarsi del processo creativo all’elaborazione visiva e d’immagine, il che riguarda spesso anche il costume. In particolare, in Carnet erotico c’è stata la realizzazione di un costume di nudo, frutto dell’interpretazione di un autore che lavora il lattice dei miei disegni: esempio di come da una riflessione prettamente pittorica si è giunti a una materia-corpo».

Che significato ha per te il termine “erotico”?

«In Carnet erotico, il tema dell’erotico si staglia in una strategia tra calcolo e caso, perché per me è molto interessante stare dentro l’immagine anche da un punto di vista surreale. Concepisco un erotismo che è molto legato all’immagine, al colore e alla forma che si dilata. Inoltre, tutto ciò che è erotico per me rintraccia qualcosa di intimo, non per forza di sovraesposto. Nel corpo, attraversa un andamento che ricerca sì una sensualità, ma legata al senso dell’immagine da un punto di vista più orientale del termine.
Mi hanno influenzata molto lo studio delle arti marziali e dello yoga, che pratico da circa vent’anni, ingredienti che hanno a che fare con l’erotico da un punto di vista energetico molto forte. Questo ha portato a un andamento di lavoro sul corpo e sul movimento che sta su una soglia tra il pericolo e il brivido, quasi un desiderio di raggiungere un abbandono alla vertigine. Il tutto si riverbera in uno sguardo al tema dell’erotismo che parte da un punto di vista visivo e si nutre di un ascolto legato a un’intimità, più che a qualcosa di molto esposto. Si tratta di rintracciare qualcosa di primitivo, viscerale, molto legato alla terra, di rimando anche alla presenza rituale delle arti marziali».

La scelta di indagare questo tema nasce quindi da un’esigenza personale?

«Assolutamente sì. Durante lo studio delle arti marziali che pratico, il mio maestro, che era un cultore d’arte, ci ribadiva di pensare all’aspetto visivo del corpo e non solo a quello energetico. In un ambiente in cui si lavora in modo sostenuto sulla densità, ci suggeriva e ricordava di cercare il “sexy” nel senso orientale del termine, che vuol dire pensare e sentire il corpo libero a partire dal centro. L’intenzione è quella di raccogliere l’energia per essere efficaci nel movimento, dunque lavorare sul lasciare i canali aperti affinché non ci siano blocchi e l’energia possa scorrere in modo sensuale e completo. L’invito a essere sensuali è stato un motivo per accendere qualcosa dentro di me che mi spingesse a indagare davvero “cosa significhi cercare il sexy”. Piuttosto che una tematica rappresentata, questo senso dell’erotico è qualcosa che riguarda una qualità, uno stato del corpo, che si traduce anche sempre per immagini».

Nello spettacolo indosserai maschere o porzioni di oggetti che accentuano i genitali o la corporeità esplicita. Come cambia la percezione del tuo corpo con queste addizioni? Il mascheramento e travestimento attraverso questi oggetti assume un significato drammaturgico di denuncia di un’estetica associata all’erotismo?

«Il lavoro passa attraverso alcune fasi. Ci sono più quadri, più schede e più pagine, come in un carnet. In alcune di queste lavoro sulla danza pura e lì il corpo si mostra nella fragilità di quello che è: sono i passaggi più impegnativi perché il corpo è completamente a nudo, anche se non in senso letterale. Poi presento alcuni passaggi in cui intervengono altre creature e altre immagini, legate a delle maschere: in un primo momento una figura più nera, che lavora nell’ombra con una maschera in cartone di un’artista francese; in seguito si passa a un altro tipo di coloritura di personaggio, più animalesca, e da ultimo un piccolo sesso che si illumina, come una sorta di ex voto.
Questa sovraesposizione potrebbe denunciare il fatto di quello che il mondo moderno ci presenta come modelli: per stare in certi ambienti il corpo si deve trasformare e offrire specifici canoni di bellezza. Invece, io in Carnet erotico rintraccio una mostruosità. Ne parlo come un qualcosa di mostruoso ma allo stesso tempo di tenerissimo, attraverso cui ricerco un archetipo del corpo. Il fatto che la figura che interpreto sia molto prosperosa per me riguarda la fertilità delle prime opere rupestri, dove il racconto del corpo ha i seni che la simboleggiano. Così come nello yoga, che è molto pratico, ci sono delle immagini dove quella del seno è una figura portante anche a livello energetico. Nello yoga l’altro aspetto della divinità è il mostruoso, il terrifico; e dentro di noi la sessualità del corpo è la forma di energia più forte che ci attraversa e che di conseguenza attraversa la nostra creatività».

intervista a cura di Beatrice Gatti e Marta Renda

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